Tra pochi giorni, precisamente alle 19:34:52 del 23 novembre, saranno 37 anni dal terremoto-1980terremoto che cambiò per sempre il volto della Campania. Quel minuto e mezzo che consegnò in mano alla Camorra una lunga serie di appalti per la ricostruzione. Quella faccia oscura di una medaglia che regala ricchezza a chi non guarda in faccia ai morti, alle disgrazie, alla miseria. Se ancora quella faccia oscura di questa medaglia regola la vita delle piccole comunità come delle grandi, allora non basta un cataclisma naturale a far cambiare il mondo; non serve a nulla fare tabula rasa perché a pagare sono sempre i poveri e reietti. Ma noi vorremmo ricordarla così come fa il maestro  Maurizio De Giovanni in questo breve racconto che mostra come Napoli non dimentica, come la gente che ha vissuto quella tragedia porta con se anche la minima memoria di quello che fu.

«Dotto’, io all’epoca tenevo ventidue anni e stavo a via Stadera. Tenevamo qualcosa di soldi, e io sono figlio unico; stavamo di casa là, perché i miei erano cresciuti nel quartiere e non ci si vedevano proprio a via Petrarca in mezzo a tutti gli scì scì che abitavano a Posillipo, pure se ce lo saremmo potuto permettere. Vi dico la verità, fino a diciannove anni non tenevo voglia di fare niente. Mio padre mi martellava in continuazione: non puoi stare senza fare niente, non ti posso vedere dormire per tutto il giorno e poi uscire di notte come una zanzara, la vuoi finire di mangiare a sbafo, eccetera. 

E mi diceva pure di andare qualche volta al negozio, almeno a vedere come funzionava la vendita delle scarpe a via Chiaia. Mi diceva: ma insomma, io devo pagare un direttore delle vendite quando tengo a mio figlio che è ragioniere, e si è pure iscritto a economia e commercio: ma non è meglio che te li guadagni tu, questi soldi?

Io però, dotto’, una passione la tenevo. Mi piaceva disegnare. Lo so adesso e lo sapevo pure all’epoca che non si può campare con una cosa così. Ma lo sfizio, la serenità che mi dava mettermi seduto a guardare il mare, il sole e le vele lontane verso Capri e metterli su un foglio di carta tali e quali a come li vedevo non me li dava nient’altro. E poi naturalmente c’erano gli amici del quartiere, quelli di una vita che ti venivano a chiamare e dicevano: Gigi’, scendi, andiamo un poco a “pariare per via Caracciolo”, a sfottere qualche bella guagliona. Ci mettevamo nella macchina decappottabile mia, un’Alfa Romeo rossa che era le sette bellezze, e andavamo piano piano finché non vedevamo un paio di loro che camminavano sul marciapiedi, ci affiancavamo e dicevamo: senti, bella, senti, ma lo vuoi un gelato? No? E allora vuoi una pizza? No? E allora vuoi un’impepata di cozze? No? E allora… e allora continuavamo con il menù, fino a quando quelle schiattavano a ridere e venivano con noi a ballare.

Insomma, dotto’, passavano le serate e pure le nottate, e l’adolescenza e la gioventù.

Me lo sono sempre chiesto: quando si finisce di essere ragazzi? C’è una data precisa? La laurea, il diploma, il primo giorno di lavoro? Il matrimonio, il primo figlio? Forse la risposta non c’è. O forse ognuno tiene la risposta sua.

Nel caso mio, dotto’, questo giorno tardava ad arrivare. E perché avrebbe dovuto, se io stavo così in grazia di Dio?

Però un giorno, alla fine degli anni settanta, una cosa mi successe: mi accorsi di una ragazza. Dico “mi accorsi” perché la conoscevo già, e i miei conoscevano i suoi, e forse pure i miei nonni conoscevano i suoi nonni. Era più piccola di me, di un tre o quattro anni; una di quelle differenze di età che ti separano per tutta la vita, io stavo alle medie e lei alle elementari, io alle superiori e lei alle medie, le amicizie diverse, eccetera. Ma poi la vedi all’improvviso e rimani a bocca aperta, e ti chiedi: ne’, ma questa dov’è stata fino a mo’?

Venne lei da me, un giorno che mi pigliavo un cappuccino al bar in fondo alla strada alle tre. Si avvicina e mi fa: ma come, ti pigli un cappuccino alle tre? Io mi abbasso i ray ban e le rispondo: ne’, guagliunce’, ma fossero fatti tuoi? E poi io stanotte sono andato a letto alle quattro, e per me è ora di colazione. Quindi, mi bevo il cappuccino.

Però era bella, bella assai. Di una bellezza diversa, dolce, gentile. Fece gli occhi pieni di lacrime e si girò per andarsene, mi fece una cosa nello stomaco e la richiamai: vieni qua, scusami, è che tengo mal di testa. Chi sei?

Me lo disse, e io capii chi era e a chi apparteneva. Non mi facevo capace, me la ricordavo creaturella, con i brufoli e l’apparecchio ai denti, ed era diventata una bellissima ragazza, coi capelli lunghi e gli occhi neri che parevano un abisso, che ci si poteva cadere dentro.

Mi fa: che peccato. Come, che peccato?, le rispondo. Che peccato che uno come te, con un talento così meraviglioso, si butta dietro a quei quattro deficienti degli amici tuoi, che ti sfruttano per la macchina e i soldi.

Rimasi sconvolto: e che ne sai, tu, di me? Venne fuori, ma dopo diversi giorni che la cominciai a frequentare, che era innamorata di me da sempre, che sapeva tutto della mia vita perché la mamma parlava con la mia, e che quella pettegola di mia madre aveva fatto vedere i disegni miei e lei se ne era fatta dare un paio che teneva attaccati in camera sua.

Da quell’estate io e Lucia, quello era il nome della ragazza, ci cominciammo a vedere sempre di più. A me piano piano non m’interessarono più gli amici, le discoteche e le guaglione a via Caracciolo. Mi piaceva stare con lei.

Parlavamo solo, eh, dotto’. Io certe volte disegnavo la faccia sua, e lei si metteva a ridere, e ci baciavamo, ma niente di più. Mi diceva che voleva aspettare, che mi aspettava da tutta la vita e un altro po’ non faceva niente.

E allora io mi misi a fare qualche esame, prima a tempo perso, poi visto che erano tutti contenti, lei e i miei, ci presi gusto. Mi laureai, anche bene: e mi offrirono di andare per qualche giorno a Milano, per un corso di specializzazione. Io per la verità non ci volevo nemmeno andare, ma lei insistette tanto, e dai, Gigi’, vacci, è una cosa bella ed è sempre un titolo per il futuro. Quando diceva “futuro” mi si scioglieva una cosa in petto.

E ci andai.

Il corso cominciava, non me lo scordo più, il diciassette di novembre, e finiva il trenta. In mezzo ci stava il ventitré novembre. Dell’ottanta.

Avevamo parlato al telefono un paio d’ore prima, era domenica: io stavo nel residence, lei al solito a casa, quando non c’ero io non usciva mai, mannaggia a lei. Rideva. Mi diceva: disegna la faccia mia, così vedo se te la ricordi. E io: ma perché mi hai voluto far venire fino a qua, che fa freddo e piove?

Appena lo sentii alla radio mi misi in macchina e partii, lasciando tutta la roba là. Ci misi meno di sei ore, non so come ho fatto, forse ho volato. Piangevo e guidavo, e mi fermavo ogni tanto per provare a telefonare, ma nessuno mi rispondeva.

Il palazzo era caduto, dotto’. Tutto il palazzo, come un castello di carte. Come tutti i sogni che tenevamo.

La vita è andata avanti. Quando mio padre è andato in pensione ho preso io la gestione del negozio; ne ho aperto un altro, e un altro ancora. Poi uno a Milano e uno a Venezia. Forse quest’anno apriamo a New York. Mi sono sposato e ho tre figli; la più piccola disegna, sapete, dotto’? Ed è pure brava. Si chiama Lucia.

Io no, non disegno più: tengo troppo da fare. Disegno una sola cosa all’anno. Un ritratto. E lo vado a mettere alle sette e dieci del ventitré novembre vicino a un certo posto, e il vento se lo porta quasi subito. Ci metto un disegno e un sorriso, perché lei me lo aveva chiesto, di disegnare la faccia sua per come la vedevo nei miei pensieri. E per vedere se me la ricordavo.

Questa è una città di gente che sa ricordare.» (tratto da “Scusi, un ricordo del terremoto dell’ottanta?” di Maurizio de Giovanni)

Questa è una città di gente che sa ricordare… In memoria di quanti hanno perso cari in quella tragedia, in memoria di quanti hanno perso la vita in quella tragedia, in memoria di quanti hanno perso tutto in quella tragedia!

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