” Sani Gesualdi nabbe nel 1111 (millecentoundici) e morve nel 1777 (millesettecentosettantasette). Nabbe da Sgallatta Alfredo, soprannominato Scandurra Gaetano, e da Scamarda Agata, vista da destra, o Agata Scamarda, vista da sinistra. Il padre faceva l’indossatore, la madre era casalinga, tutta casa e chiesa, era madre di 106 figli. Sani era il primo gemito, e lo chiamarono Gesualdi, e, per non confondersi, i rimanenti 105 fratelli li chiamarono “Coso” oppure “Cosa” a seconda del sesso. Il fratello più piccolo, di nome “Coso” (106° figlio, ultimo nato), ancora vive. Gli ultimi saranno i primi nella vigna! “.

Un uomo che al Festival Mann ha raccontato il suo libro e non solo. L’incontro a cui ho assistito ieri è difficile da raccontare, ma partiamo dal principio. Non conosco bene Frassica, forse me ne ha parlato qualcuno, forse avevo proprio voglia di conoscerlo. Avevo davvero voglia di capire perché tutti ridessero tanto alle sue battute, perché amici e conoscenti aspettassero tanto il suo “Novella Bella” e perché a quell’incontro ai piedi del Toro Farnese ci fossero persone di ogni età . Pochi artisti riescono ad essere perno comune tra due o più generazioni. Eppure davanti a me c’era seduto un bambino di più o meno 11 anni, di fianco avevo una donna di 70 o giù di li e poi c’ero io. Poi è arrivato, vestito come solo lui poteva, tutto di nero, con una sciarpetta e degli stivaletti da moderno Peter Pan. Una barba incolta, gli occhialetti, si è seduto ed ha esclamato “Certo che a Napoli c’è traffico”. Uno sguardo al libro ed un altro alla sua vita privata. Perché, in quella sala ci ha raccontato un pò di tutto, senza pudore ha aperto una porta sul suo privato e sulla sua storia. Ha raccontato di Totò e di quanto fosse contemporaneo: ” Si, Totò sarà sempre attuale, perché non parla di politica, non fa satira, lui descrive l’uomo e basta”. Una chiamata, risponde ed era “Leonardo” (anche se non abbiamo ancora capito chi fosse), ma comunque gli abbiamo fatto gli auguri per il suo compleanno. Ha ricordato i sei mesi passati a Napoli, per stare dietro ad un programma televisivo:” Ricordo benissimo quanto mi piacesse svegliarmi e vedere Castel dell’Ovo”. La sua gioventù, comune a molti grandi artisti, partita dal niente o meglio “dal giusto”. La scuola, che non andare niente bene ma infondo “Io volevo fare l’attore, organizzavo gli spettacoli a scuola e gira e rigira me la cavavo sempre”. Le occasioni mancate e quelle perse. L’amore incondizionato che nutre per Renzo Arbore ed il film accettato solo per conoscere Alberto Sordi, anche solo per lavorarci fianco a fianco. Ora voi mi chiederete, cosa c’è di diverso da tutte le altre interviste? E’ stato paradossale. Tutto estremamente paradossale eppure così vero. Così ieri ho capito. Ho capito perché tutti ridevano, perché c’erano tutte quelle persone, perché così tante ragazzine stringevano il suo libro sperando in un autografo. Lui è contemporaneo. Si caro Nino tu sei Contemporaneo. Un ponte tra generazioni perché ci racconti e perché nel tuo paradossale sei lo specchio di noi stessi. Perché ci racconti con quel sorriso che forse ci manca e di cui abbiamo bisogno. Si Nino tu sei contemporaneo. Si Nino tu sei come Totò. Tu descrivi l’uomo nelle sue debolezze e forze. Tu non ci parli di disastri o di politica. Tu ci diverti perché parli di noi, perché sei come noi. Nino tu sei contemporaneo. Nino Tu sei come Totò. Tu hai dato al tuo pubblico quello di cui aveva bisogno… Ridere!

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