Volevo attendere settembre per tornare a scrivere un editoriale sulla situazione politica caivanese ma i tempi mi sembrano maturi per approfondire alcune questioni e fare un analisi oggettiva della situazione odierna. I toni adoperati da taluna “stampa” sono emblematici di un momento storico-politico molto critico per la città di Caivano. E vedere il lento naufragare dell’amministrazione Monopoli non può che provocarmi dispiacere.Credo che il Comune di Caivano non abbia mai attraversato un periodo così nefasto. Però devo anche ammettere che, sin dalle prime avvisaglie, il fallimento dell’amministrazione Monopoli era prevedibile.

Laddove non v’è il collante della vera politica, difficilmente si può prospettare un modello amministrativo efficiente. Il sindaco Monopoli è riuscito a comporre liste di supporter, ma a parte qualche eccezione, non ha reclutato personale politico. Anzi, ha adoperato il metodo del pregiudizio per escludere tanti protagonisti della vita pubblica della città. La politica, invece, è l’arte di includere e di mediare tra interessi generali contrapposti. Questo è mancato in maniera assoluta. Ed è stata subito chiara una certa insofferenza da parte del primo cittadino ai processi della democrazia partecipativa: la collegialità nelle scelte, la recezione delle istanze della comunità, la costruzione di un dialogo istituzionale con le forze di minoranza.

Ebbene mancando la Politica, tutto il resto è venuto meno. La prima giunta è stata di transizione anche se v’era la partecipazione di numerosi professionisti del territorio. Era un esecutivo inesperto, al quale certamente non mancava l’abnegazione e la rappresentatività politica. Quell’esecutivo è stato poi soppiantato da una giunta tecnica completamente slegata dai partiti, ovvero dai depositari della delega politica, per rispondere al solo sindaco e probabilmente, ad un ristretto gruppo che non era stato investito di alcun ruolo. Cosicché, da un lato v’era una giunta di sconosciuti che non ha prodotto nulla, dall’altro una cabina di regia, fuori dai tradizionali luoghi istituzionali. Paradossalmente, i partiti ed i consiglieri comunali, ovvero gli unici soggetti rappresentativi delle volontà popolare sono stati estromessi dai processi di partecipazione al governo della città. L’uomo solo al comando rappresenta un vulnus, di conseguenza i partiti hanno l’obbligo di riportare l’amministrazione nell’alveo della democrazia, anche con iniziative, previste dalla Legge, come la sfiducia in Consiglio o con le dimissioni contestuali della maggioranza dei consiglieri. D’altronde, laddove gli assessori, benché tecnici, dimostrando una straordinaria arroganza, oltre ad una clamorosa incapacità, si sottraggono alle istanze dei consiglieri comunali, è compito di questi ultimi sfiduciarli ed è onere del sindaco revocarli come invece non è accaduto. Va detto che la crisi politica è stata determinata già dalle prime scelte del sindaco che, contrariamente anche alla volontà dei partiti, disattendendo gli impegni politici, ha sostenuto il passaggio di consiglieri eletti in minoranza, tra i banchi della maggioranza. Ha disatteso l’impegno di proporre al Consiglio Comunale, l’elezione alla Presidenza del suo più leale alleato, il consigliere Giuseppe Mellone. Questa manovra di Palazzo, d’un colpo ha svilito tutta la carica innovativa della nascente amministrazione, senza indugio Monopoli ha mortificato tanti giovani che, in forza dei consensi elettorali e della coerenza politica, legittimamente aspiravano ad un ruolo da protagonisti. E’ certamente mancato al Sindaco un buon consigliere politico che avrebbe mediato tra le diverse istanze politiche. Una coalizione di partiti e liste è basata su un fervente e costruttivo dialogo, anche di confronti aspri e dissensi. Invece, il sindaco, man mano, ha cominciato a considerare i dissensi alla stregua della lesa maestà ed ha sin troppo tollerato, campagne di stampa contro i suoi stessi consiglieri definiti ora zavorre, ora ricattatori, ora affaristi. Tipico dei regimi totalitari, i dissenzienti sono stati additati a pericolosi delinquenti e messi alla gogna.

L’arroccamento del sindaco non ha riguardato solo i consiglieri di Forza Italia e della lista “La Svolta”, nessun dialogo si è costruito con le associazioni locali, con i partiti di minoranza, con le categorie sociali più deboli come le ragazze madri, con le lavoratrici socio assistenziali, con i disoccupati, le rappresentanze dei genitori, i dirigenti scolastici, l’Asl. L’enorme fiducia riposta dalla città nel sindaco Monopoli è stata presto soppiantata dalla delusione e dall’indifferenza. Monopoli non solo ha rinunciato al ruolo di interlocutore della sua comunità, ma non ha permesso ai partiti di esercitare al meglio la delega politica. E’ storia nota che alcuni consiglieri comunali fossero costretti a chiedere udienza a soggetti che non erano stati investiti di alcun ruolo politico, pur di interloquire con il sindaco. Talune volte, persino le case private divenivano sedi di partito, in un quadro confuso di interlocutori e protagonisti della vita politica locale. In questo contesto si è registrato il più clamoroso fallimento politico, allorquando, dopo numerosi solleciti per una maggiore collegialità, il suo stesso partito, Forza Italia, ha dovuto prendere atto della impossibilità di portare avanti un programma di sviluppo con un leader ed uno scampolo di consiglieri che lo stesso sindaco non ha esitato a definire “soldati”. Non politici, ma soggetti slegati dai partiti, senza un progetto politico e prossimi all’oblio.

Un sindaco che resta senza il sostegno del suo partito e del numero minimo per governare, anziché gridare al complotto, deve recarsi al protocollo e dimettersi. Invece, dopo ben quattro sedute del Consiglio Comunale rinviate per mancanza del numero legale, ha ingaggiato il braccio di ferro con i consiglieri comunali sfidandoli a mandarlo a casa, credendo di presentarsi alla città come un martire. Ma il capitano di una nave che naufraga è spesso l’unico, oppure il maggiore responsabile del disastro. L’incapacità di modulare politica, probabilmente l’inesperienza e l’inadeguatezza della ingombrante cabina di regia ha prodotto la totale inefficienza sotto il profilo amministrativo. Gli stessi funzionari sono stati presi di mira, additati a responsabili d’ogni male, talune volte denunciati, e/o rimossi secondo istanze dei consiglieri. Monopoli non ha saputo creare un rapporto di collaborazione con i dipendenti comunali che avrebbero dovuto rendere esecutivi obiettivi che non hanno mai ricevuto. La riforma della macrostruttura è stata annullata dal Giudice del Lavoro, altri contenziosi con i funzionari sono in corso. Anche il bilancio amministrativo del governo Monopoli è fallimentare. Dapprima si è vantato pubblicamente della gara per la raccolta dei rifiuti, poi si è accorto della presunta illegittimità. Ad un anno circa dall’aggiudicazione, ha tentato di revocare la gara di appalto, ma non vi è riuscito. Ad oggi non ha stipulato il contratto. La città è rimasta sporca per lungo tempo, i conti del costo del servizio non sono chiari e c’è il pericolo dell’aumento della Tari nel 2018. Per non parlare del tasso di raccolta differenziata. Per quanto riguarda i conti pubblici è stato dichiarato un dissesto finanziario che si poteva evitare compromettendo la capacità di spesa, e dunque il futuro, dell’Ente. Sulle politiche di bilancio si è registrato il “fallimento nel fallimento” e solo grazie alla puntigliosa opera dei revisori dei conti sono state corrette procedure che forse sono troppo complesse per quanti sono stati investiti della delega contabile.

E’ dunque tracciata la strada per porre fine ad un’amministrazione che ha bloccato la città e che è riuscita anche a far intervenire, per le continue intemperanze verbali del suo leader, persino l’associazione Arcigay e l’ordine dei giornalisti della Campania. Ciò rappresenta plasticamente il grado d’inadeguatezza di chi avrebbe dovuto rappresentare tutta la comunità. Per questo credo che porre fine ad un’amministrazione fallimentare sia un atto d’amore per la propria città. E’ questa la mia personale opinione, a viso aperto, come ho sempre fatto. Le stoccate, le illazioni, gli insulti che mi arrivano e mi arriveranno da quanti non possono metterci la faccia, ma usano, come abili ventriloqui la pancia degli altri, le lascio ai “cappucci”, a quelli che si stanno nascondendo, a quelli che per ovvi motivi se mi attaccassero perderebbero l’ultimo scampolo di credibilità rimasto.

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